Il Suolo

La crosta terrestre è spessa circa 50 km, ma noi ne usiamo appena lo 0,01% per
le fondazioni delle nostre case... e lo 0,0005%
(poche decine di cm) per le coltivazioni

Ben 6.370 chilometri separano i nostri piedi dal centro della Terra, ma anche le più potenti trivelle non si sono spinte oltre i primi 11 km di profondità.
E solo l’ultima piccolissima parte, profonda da pochi centimetri a qualche decina di metri, riguarda la nostra vita di tutti i giorni: la sottilissima "buccia" che chiamiamo suolo.

I PRIMI STUDI NELLA STEPPA
Secondo le definizioni attuali, con il termine "suolo" s’indica ogni materiale capace di ospitare piante, fino a comprendere le rocce incoerenti (in pratica non in blocco compatto), purché esplorabili dalle radici.
Per convenzione, comunque il suo spessore è definito fino ad una profondità massima di due metri.Esistono infinite varietà di suolo: da quelli alpini coperti di conifere a quelli coltivati delle pianure, fino a quelli aridi e quasi privi di vegetazione delle zone desertiche.
Proprio per questa estrema differenziazione, fino a poco tempo fa ciascuno tendeva a specializzarsi nella conoscenza di un tipo specifico di terreno. Solo alla fine dell’800, infatti, è nata la pedologia (dal greco "
pedon", suolo), la scienza che studia e cataloga i terreni fertili.

Erano i tempi dell’Impero Russo, quando la produzione di cereali quasi miracolosa della steppa, grazie alla famosa terra nera che ricopre buona parte della superficie dell’ex Unione Sovietica, cominciò a ristagnare.
Nel contempo, i cereali coltivati dagli Stati Uniti superarono per quantità quelli dell’Impero Russo, strappando alla steppa lo scettro di granaio dei mondo;
per questo motivo, e nel contempo per risolvere il problema della compravendita dei terreni (i venditori, per strappare un prezzo migliore, asserivano in ogni caso che si trattasse di terra nera), la Libera Società di Economia di San Pietroburgo istituì una commissione di esperii che incaricò Vassily Vassilievich Dokuchaev di effettuare ricerche scientifiche sui terreni. I successivi due anni di viaggi nella steppa, i prelievi di campioni di terreno e la relazione redatta da Dokuchaev nel 1883 sono le pietre miliari della scienza del suolo.

FATTA DI HUMUS E DI CRISTALLI
Che cosa c’è, allora, nella terra? La prima distinzione si fa tra suoli organici e suoli minerali.
I primi sono composti prevalentemente da sostanze d’origine vegetale e animale (foglie e altri residui di escrementi, in vari gradi di decomposizione), come nel caso delle torbiere. I secondi, che sono la maggioranza, derivano invece dalle rocce e contengono al massimo il
10 % di sostanze organiche.

In generale, le componenti di un suolo sono quattro: quella solida, divisa in minerale e organica, quella liquida e quella gassosa.
La principale componente minerale di un determinato terreno si chiama roccia madre, nel senso che deriva dallo sgretolamento di una roccia.
Ma non sempre i figli assomigliano alla madre: se
i cristalli di silicio della sabbia sono praticamente inalterati rispetto alla roccia da cui derivano, le argille sono invece così alterate da essere definite "minerali di neoformazione".
Responsabili di queste trasformazioni sono vari tipi di reazioni chimiche, favorite dalle condizioni climatiche e dall’acqua. Più un terreno è lontano dalla sua natura originaria, più si definisce "evoluto".
Lo stesso vale per le sostanze organiche, con la differenza che quando la degradazione, dovuta soprattutto ai batteri, è tale da rendere irriconoscibili le materie di partenza, non si parla più di neoformazione ma di
humus: quella sostanza di colore scuro, ricca di microrganismi e dall’odore caratteristico, che è alla base della fertilità del suolo.
La sabbia del deserto, i detriti di frane recenti, le sabbie marine o i materiali di alcune alluvioni fluviali possono essere totalmente privi di humus.
Ciò li rende così privi di fertilità e coesione (i granuli sono slegati l’uno dall’altro) che a rigore non possono nemmeno essere considerati suolo.

Dire in che percentuale le varie componenti siano distribuite nel terreno è praticamente impossibile, perché basta spostarsi di poche decine di metri per trovare terreni di composizione molto diversa.
E uno dei motivi per cui due vigneti apparentemente uguali dànno, alla fine, vini profondamente diversi.

Tuttavia una cosa si può dire: una terra "media", per esempio un suolo forestale, contiene un 45% in volume di componente minerale, un 5% di componente organica, più acqua e aria, ciascuna in misura variabile dal 20 al 30%.

COME VENGONO ANALIZZATI
Lo studio dei terreni avviene per lo più in due modi. Si può scavare un suolo in modo da metteme a nudo una sezione verticale ed evidenziarne il "profilo", che può essere sottile pochi centimetri o profondo anche alcuni metri.
Oppure adottare il metodo delle "carote": con una speciale trivella si preleva un cilindro di terreno in modo da poterne vedere i vari strati.
Una prima classificazione (dopo la suddivisione in suoli "organici" e "minerali" viene fatta in base alla
granulometria, cioè alla presenza in esso di particelle più o meno fini.

L’esame si fa così: prima di tutto si elimina la sostanza organica usando acqua ossigenata, poi si toglie l’acqua, seccando il terriccio in forno, infine si tolgono le particelle più grosse usando setacci di varia misura.
Via via che si scende in dimensione si trovano la sabbia, ancora visibile a occhio nudo, il limo e infine l’argilla: così fine che per vederne i singoli "grani" occorre il microscopio elettronico.
Ma al di sotto del valore di 0,05 millimetri i setacci non bastano più. Per l’analisi granulometrica, limo e argilla vengono quindi sciolti in acqua e lasciati depositare: le particelle più grosse si depositano prima, le argille più fini per ultime.

SUOLO DA RISAIE, SUOLO DA VIGNE
I terreni con elevata quantità di ghiaia e ciottoli sono molto permeabili all’acqua e quindi richiedono frequenti irrigazioni oppure colture che hanno bisogno di poca acqua (questo è il motivo per cui i terreni sabbiosi sono poco fertili).
I suoli con troppa argilla, viceversa, favoriscono il ristagno idrico (si dice che sono asfittici: sono i suoli ideali per le risaie) e sono difficili da lavorare perché ostacolano la penetrazione dell’aratro, anche se possono essere fertili.
L’ideale è una via di mezzo: il terreno che gli agricoltori chiamano "di medio impasto’, e i pedologi definiscono "franco".
Oltre che essere sottoposto a queste analisi, tipiche della pedologia, il suolo viene esaminato anche dal punto di vista chimico.

E’ il chimico a valutare, per esempio, il pH del terreno, cioè il suo grado di acidità, nonché la presenza di elementi importanti per la fertilità: azoto, fosforo e potassio (detti macroelementi, perché sono quelli principali per la nutrizione delle piante), ma anche ferro, alluminio, rame e altri, a loro volta utili ai vegetali.

UN DIFFICILE CATALOGO
Visti i parametri in gioco, classificare un suolo è un esercizio molto complesso. Le scuole di pensiero sono moltissime e in pratica ogni Paese del mondo ha un suo metodo di classificazione.
Le principali caratteristiche su cui si basano le più importanti classificazioni sono:
il numero di strati (o "
orizzonti"), il colore, la profondità, le quantità e la qualità delle componenti organiche e minerali, il clima locale e via dicendo.

Sulla base di questi fattori, ogni metodo di catalogazione prevede un certo numero di classi principali di suoli, che vengono a loro volta suddivise in più sottoclassi. I sistemi più usati a livello internazionale sono la Soil Taxonomy Usda, classificazione statunitense del Soil Survey Staff, e il sistema Fao-Unesco, sviluppato dalla Food and Agricolture Organization delle Nazioni Unite.
Entrambi studiano il profilo dei suoli partendo dagli "orizzonti diagnostici": ovvero i vari strati omogenei che si succedono in una sezione verticale di suolo (profilo).
Oggi si sta comunque affermando una nuova classificazione della Fao, il WRBSR (World Reference Base for Soil Resources), presentata nel 1994: d’impostazione più naturalistica che agronomica, è nata con l’obiettivo di riunificare i vari sistemi mondiali.

Tanto per rendersi conto della complessità del problema, basti pensare che ancora nel 1988 la comunità scientifica internazionale si era accordata per suddividere i suoli in 28 categorie principali e 153 sottocategorie, e oggi le categorie maggiori sono già salite a 30. Tra muovi arrivi i "cryosol": terreni sottoposti a periodi alternati di gelo e disgelo, formati da uno strato di permafrost spesso almeno 1 metro, o i "durisol" tipici degli ambienti semi-aridi.


Sono "abitati" solo i primi 30-40 cm di suolo, ma si tratta di un ecosistema ricchissimo,
che, tra l’altro, fornisce la maggior parte del cibo che ci mantiene in vita.

Perché in certe zone si coltivano soprattutto cereali mentre in altre prevalgono alberi da frutta o vigneti? Perché le angurie e i meloni provengono dal Mantovano, e i pomodori dall’Emilia o dalla Puglia?
E perché il sapore di un frutto o la qualità di un vino cambiano anche a distanza di pochi chilometri?
Tutto dipende dalla terra. I fattori che entrano in gioco nel definire la "vocazione agricola" di un terreno sono molti: alcuni facilmente intuibili, come la propensione a restare umido senza divenire fangoso, altri meno.

Per esempio, non tutti sanno che anche il colore conta: in un terreno scuro i semi germinano prima perché, sotto il sole, la terra nera si scalda più di quella chiara.
Anche la
profondità del suolo è importante. Sui suoli profondi (anche se lo strato fertile è limitato ai primi 30-40 centimetri) la riserva idrica è, infatti, maggiore, e le piante con radici profonde si ancorano meglio.

Sui suoli sottili, invece, sono più indicate coltivazioni come i vigneti, che si appoggiano a sostegni: basta osservare quelli di zone montane come la Valtellina, dove lo strato di terra è così esiguo da far affiorare qua e là le rocce della base. In alternativa, questi terreni sono adatti a colture come il mais, leggero e flessibile.

TERRA FERTILE, VINO MEDIOCRE
Le quantità di carbonio e azoto organici, e in particolare il loro rapporto (C/N), influenzano invece le attività dei microrganismi capaci di trasformare la sostanza organica e fornire nutrimento alle piante.
Un altro fattore che influenza le coltivazioni è l’acidità del suolo:
mirtilli, abeti e rododendri crescono in montagna anche perché apprezzano i suoli con pH basso (e quindi acidi) mentre non potrebbero sopravvivere sulle coste, dove le alte concentrazioni di sale rendono il terreno alcalino (cioè con pH alto).

La maggior parte dei vegetali predilige comunque suoli neutri, con valori di pH attorno a 7.

In realtà, però, ogni terreno presenta vantaggi e svantaggi. Perfino un’altissima fertilità non è sempre apprezzabile: i terreni più produttivi, per esempio, non sono adatti per i vitigni di gran pregio: la gran parte dei vigneti DOC si trova infatti su terre di bassa capacità.
Come mai? Perché i terreni fertili, ricchi di azoto e sostanze organiche, producono molta uva, ma con troppa acqua, pochi zuccheri e una gran quantità di foglie. Risultato: vini di qualità media, dal basso grado alcolico e inadatti all’invecchiamento.
In realtà, i fattori che influiscono sulle caratteristiche del vino sono moltissimi. I suoli sabbiosi, per esempio, danno vini dal buon aroma, ma leggeri, di colore tenue e basso grado alcolico. Suoli calcarei come quelli dei colli toscani danno invece vini di corpo e ottima qualità.

Nelle Langhe, famose per il barolo, ci sono zone con terreni chiamati "TOV", sabbie finissime e argilla, ricchi di calcare, che danno un barolo elegante e profumato. Altri versanti collinari con sabbie e argille diverse, di colore grigio-bruno, giallastre o rossastre, invece, danno baroli più robusti e più alcolici.

LA FATICA DELL’ARATURA
Chi possiede un orto lo sa per esperienza: un’altra caratteristica importante del suolo è la lavorabilità. Un terreno difficile da dissodare costa fatica e denaro: basti pensare ai suoli argillosi, chiamati anche ‘pesanti", che per essere arati richiedono trattori potentissimi.
La lavorabilità è determinata dalla struttura del terreno (più o meno compatto). ma anche dal grado di umidità: se è eccessiva la terra si appesantisce, se è scarsa il terreno si indurisce. seccandosi.

BONIFICHE E ROTAZIONI
Se è vero che il tipo di suolo condiziona l’agricoltura, è innegabile anche il contrario.
L’agricoltura, per esempio, ha il pregio di aver strappato alle paludi moltissimi terreni che, sommersi dall’acqua, si sarebbero trasformati in torbiere o in inutili acquitrini. L’intervento umano sui suoli dovrebbe in teoria migliorarne la qualità.

In realtà, spesso l’agricoltura ha fatto danni, soprattutto in passato.
Provate a pensare a una condizione spontanea, naturale: il suolo è ricoperto di vegetazione che per crescere sottrae alla terra gli elementi nutritivi, ma poi li restituisce con le foglie cadute in autunno, con le piante che muoiono o con gli escrementi degli animali che se ne nutrono.

Nei campi coltivati, invece, la vegetazione viene raccolta. E per di più la concentrazione delle piante è spinta al massimo, per ottenere produzioni elevate. Ecco quindi che i terreni vanno concimati, per evitare che s’impoveriscano. Quindi il primo risultato negativo dell’agricoltura è l’impoverimento del suolo di sostanza organica e humus

Da questo punto di vista anche le arature profonde che si facevano fino a non molti anni fa erano controproducenti. I primi 20, 30 centimetri di suolo sono quelli in cui si concentra la massima attività batterica, i più ricchi di humus e quindi i più fertili.
Le lavorazioni profonde con il ribaltamento delle zolle causato dall’aratro finivano invece con il portare sotto lo strato fertile e lasciare in superficie terreno meno buono.

L’agricoltura intensiva ha anche un altro difetto: quello di spingere gli agricoltori verso le monocolture, cioè a ripetere sullo stesso terreno la stessa coltivazione anno dopo anno. Questo non porta solo all’impoverimento del terreno, ma anche a un aumento di parassiti.
Tipico è il caso dei
nematodi, animali vermiformi, grandi meno di un millimetro, portatori di virus e parassiti delle radici di molte piante coltivate.

IL CONCIME PIU’ NATURALE
Non sempre i microrganismi sono però dannosi. E per questo che nelle rotazioni delle colture viene spesso inserito un ciclo di leguminose (erba medica, trifoglio, soia...) nonostante la sua resa economica sia relativamente bassa.
Il fatto è che, attaccati alle radici di queste piante, vivono in simbiosi i
Rhizobium. microrganismi in grado di fissare l’azoto dell’aria e renderlo disponibile per le piante, arricchendo quindi il suolo di questo prezioso elemento e limitando il ricorso alla concimazione nelle colture successive.

Molto usata nella Pianura padana, per esempio, e la rotazione che vede dopo il frumento (specie che consuma molto azoto) due o tre anni d’erba medica e quindi un anno di mais.
Quest’ultimo, chiedendo diverse lavorazioni del terreno ed essendo dotato di radici profonde che vengono interrate nell’aratura post-raccolto, predispone il campo a riospitare nelle condizioni ottimali il frumento.

COME SI SCIOGLIE IL TERRENO
Nei suoli argillosi un altro rischio che corre l’agricoltura, è quello della compattazìone.
Il peso dei trattori e il passaggio dell’aratro sempre alla stessa profondità possono comprimere a tal punto la terra da renderla dura come una suola, privandola dell’aria. Meglio quindi evitare di entrare nei campi dopo la pioggia e variare le profondità dell’aratro di anno in anno.

Su questi terreni pesanti, inoltre, si possono fare interventi migliorativi. Per esempio con un cospicuo apporto di sostanza organica come il letame, o interrando apposite colture come il pisello o il favino (questo intervento si chiama "sovescio"), in modo che quando la sostanza organica diventerà humus il terreno sarà più leggero, o, come dicono gli addetti ai lavori, "sciolto".

INQUINAMENTO? PIANTATE SENAPE
Anche quando la terra poggia su un piano inclinato, come capita nelle zone collinari e in quelle di montagna, l’intervento umano è determinante. Soprattutto se in assenza delle coltivazioni la terra restasse nuda, esposta all’erosione delle intemperie.
In questo caso le coperture vegetali delle coltivazioni, ma anche il mantenimento dei prati per il foraggio del bestiame, si rivelano utilissimi per conservare il suolo.

Se è vero che certe pratiche agricole intensive possono rivelarsi inquinanti a causa dei diserbanti e dei concimi impiegati, in altri casi ci sono colture che aiutano a ripulire il terreno.
Mais, senape e girasole, per esempio, sono considerati veri toccasana per eliminare i metalli pesanti accumulatisi in seguito a pratiche industriali o nei terreni di discarica. Li assorbono dalla terra attraverso le radici e li immagazzinano nei tessuti vegetali.
Ad Arcola, in provincia di La Spezia, un’area su cui giaceva una discarica abusiva di rifiuti tossici è stata bonificata proprio con questo sistema. Alla fine le piante sono state eliminate come rifiuti tossici, ma ora è possibile coltivarvi senza pericoli.


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